Carona: Comune e Parrocchia

Il Comune di Carona

La Storia del Comune di Carona è intimamente legata a quella della Parrocchia. Il Comune ha infatti goduto nei secoli passati di importanti privilegi e libertà, la cui origine è dettata dalle vicende religiose di quei secoli. Sintomaticamente tali fatti sono anche stati usati nell’ambito delle votazioni avvenute tra il 2011 e il 2012 nell’allora Comune di Carona, prima che la sua popolazione decidesse l’aggregazione con il Comune di Lugano.

Un’ottima storia del Comune di Carona è proposta da Boris CAVADINI nel suo saggio “Antico sentiero Melide-Carona”, di cui citiamo alcuni passaggi:

“Carona è paese antico in cui, continuamente, dietro le linee sobrie del rinascimento, si affacciano e si affermano elementi medievali sì che nello sfogliare le carte l’occhio corre a cercare date e fatti di un Medioevo elusivamente presente. Nella accuratissima veste tipografica del “Codex” di Moroni Stampa si offre la “Cartola venditionis” del 926: Atto di vendita tra privati dai nomi latinamente sonanti (Lorenzo, figlio di Lorenzo) o longobardi (Audino, figlio di Lupo). Ben prima del X.o secolo dunque il paese è sorto e si è formato nella ferace zona di viti e di castagni a ridosso del monte, aperto al lago. Quando, non è dato indicarlo; come, nemmeno. Ma certo dalla pazienza attenta di chi lavora e intanto si lega a un paesaggio stupendo e ne toglie, a poco a poco, sostanza di vita comune è nato un paese a gruppi di case strette fra loro un po’ a balzelloni, lì sui pendii al sole.

Nel secolo X.o la forza decentratrice della feudalità ha vinto quella centralizzatrice dell’impero carolingio che si è spezzato in più stati, dalla forma mutevole secondo i legami occasionati dalle alleanze e dal vario gioco politico. Fra questi, dal frantumarsi della Lotaringia imperiale, feudi grandi e piccoli e regni e il Regno di Borgogna al cui sovrano Rodolfo II è intitolata la Cartola venditionis caronese. In essa particolarmente va notato che la proprietà venduta, pur sempre libera da ogni servitù e aggravio, è però ancora sottoposta al forigango dominico: sopravvivenza giuridica degna di menzione. Poi si può solo immaginare il paese crescere lentamente intorno a quel centro che oggi le case Andreoli, già Solari, rappresentano chiaramente con eleganti monofore e le bifore alte su una facciata che sembra ricordare tempi bui di lotta. Passano gli imperatori germanici a poca distanza: il rosso Federico scende a lottare contro i comuni lombardi e più tardi ancora la guerra gira tra le contrade lombarde: fazioni, leghe e nel Milanese le sorde e violente ostilità tra la Motta e la Credenza. Le terre nostre partecipano certo a tutto questo; e forse lassù in cima, nella serena conca dell’Arbostora, anche Carona vede passare armati.

Sulle terre ticinesi stende intanto il suo imperio – dal sud salendo lento e deciso – il vescovado comasco che spossessa quello milanese. Se le tre valli rimangono ai canonici del Duomo e la Capriasca è oggetto di tardo scambio (1197), se Locarno e Bellinzona restano sempre in bilico (e invece per Locarno ha parola il vescovado di Novara), le terre del Luganese e del Mendrisiotto dopo il XII.o secolo sono certo tutte comasche. Comasche e pacifiche, comasche e riposanti pur nell’agitarsi dell’evo. Ben lo sa il Vescovo Guglielmo della Torre quando nel 1213 – “per aver luogo di riposo, fra le cure della diocesi” – viene a far costruire Torello, limpido monumento romanico cui sulla facciata imprime la sua effigie, in piedi, benedicente. Quando nel 1217 mons. Guglielmo muore, ha poco goduto da vivo la quiete del monastero e quasi a compenso chiede di esservi sepolto. Ma l’ha dotato riccamente di beni della Mensa Vescovile e, compiuto il servizio imposto dalla stretta regola (distolta da quella degli Umiliati), ai monaci resta un gran lavoro di agricoltura e la raccolta è abbondante – maggiorata da decime che si vengono acquistando fino a Carabbia o nel piano Scairolo o finanche a Bioggio, altro territorio iscritto questo non sotto Carona ma sotto la Corte Regia di Agno in cui sono i beni.

Chi dice raccolto dice magazzino e uno i monaci ne costruirono in una terra acquistata quasi subito, che dai loro granai proprio ha nome: La Grancia.

Dalle carte dei Padri Somaschi, eredi della prepositura di Torello nel 1572 e oggi conservate in Archivio di Stato, esce la storia del convento fino a tutto il XIV.o secolo, poi l’Archivio storico comunale continua a fornire dati. A questo fondo notevole – e in perfetto stato di conservazione – vanno aggiunte le carte trascritte dal Prof. Luigi Brentani.

Infine per il XIII.o e XIV.o secolo vanno tenute presenti le registrazioni dello Schäfer

In nota di chiusura va aggiunto che già nel XIV.o secolo è fitta l’emigrazione dei Caronesi verso i centri lombardi (e forse altrove, ma non esistono documenti a comprova) e già di qualità notevole se, sulla fine del 1300, gli archivi della fabbrica del Duomo di Milano danno tra i molteplici nomi d’artisti quelli di più ingegneri caronesi, e di una fitta maestranza. Nulla del periodo medievale resta oggi nell’archivio di Carona: è necessario, dunque, rintracciare tali documenti presso i vari archivi che per ragioni storiche sono quelli da cui procede ogni studio del nostro paese. 

Si apre il periodo illustre e maggiormente documentato della storia caronese. Ma vale una precisazione: già dalla fine del XIII.o secolo si è affermata la dominazione territoriale milanese sulle terre ticinesi a coprire quelle diverse appartenenze diocesane che abbiamo detto. Terre di confine le nostre, chiavi dei passi alpini già in epoca romana se per le nostre contrade corse una delle strade che sale al Lucomagno e se da Bellinzona “huius mediolanensis urbis castrum” (Gregorio da Tours: Historia Francorum) sono passati e Goti e Longobardi e Franchi. E dunque terre da assicurarsi subito e il meglio possibile, magari concedendo franchigie che, per via d’interesse, rinsaldino la fedeltà morale. Così come nel medioevo alto, nel pieno di esso, Milano ha saputo la necessità di garantire ai suoi traffici sicure strade verso il Nord: quelle che passano per il nostro paese sono tra le migliori. Perciò sale ben presto a dominare tutto il versante sud delle alpi, e lì si ferma. La lezione politica dell’odiato Barbarossa sembra non sia stata intesa: eppure Federico sapeva che entrambi i versanti di un passo vanno posseduti per potersi tenere garantiti. E forse questa è l’idea prima che informa – abile e lungimirante, pur tra le inaudite crudeltà – certa politica Italiana dello Svevo.

Ma almeno fino al piede delle alpi Milano arriva. E a mezzo del XIII.o secolo le terre ticinesi sono milanesi; e poi legate al vicariato imperiale dei Visconti. Ma se tanto è per la storia cantonale, per quella caronese ci piace meglio fare iniziare la storia Ducale di Carona da quei primi anni di lotta necessari a Filippo Maria per assestarsi solidamente padrone e signore del dominio. Non per comodità di data ma quasi a rendere omaggio, attraverso le carte che sono storia loro, a quei caronesi che in simili “tempi di perturbazione” decisero di mettersi a capo della fazione viscontea insieme con Morcote e Sonvico. Nella fedeltà senz’ombra e nel riconoscimento ducale non mai smentito, ci pare di riscontrare un inizio aderente a questo brillante periodo. In ognuno dei caronesi, sia esso in paese o per il ducato a operare o all’estero a illustrarsi con edifici e pitture, c’è fisso il pensiero della soave terra: e “ad augendum territorium” lavorano tutti e magari pagano con la vita l’attaccamento ai Visconti. Forse non scevra da calcolo di interesse, questa devozione frutta al comune l’arma e l’insegna e poi privilegi, esenzioni e maggiori diritti che ne fanno certo una terra particolare, quasi da comparare a Morcote che, sede di un castello forte a guardia del lago, è in partenza in miglior posizione. Cade qui, alla luce di uno spoglio completo dell’archivio storico comunale, di indicare che Carona possiede, già documentati dal XIV.o secolo, alcuni cespiti familiari: De Bono, Piracurte, Adami, Aprile, Scala, Casella, Solari. Sono tra questi i cognomi di quei soldati che perdono la vita per far trionfare la causa viscontea: a loro viene dato un certo numero di privilegi (prima l’arma familiare, poi particolari esenzioni che le famiglie avocheranno a sé nei secoli seguenti: e anche quando certi cespiti scompariranno, gli altri li conserveranno difendendoli con ostinata certezza del proprio diritto). Tre sorte di privilegi sono dunque presenti nella terra caronese:

1) Quelli di arma e insegna (comunale e singolarmente quelli delle varie famiglie).

2) Quelli di esenzione fiscale al comune.

3) Quelli di esenzione fiscale che, per esser dati ai capifamiglia che allora costituiscono collettivamente gli “homines” di Carona, sono dalle famiglie stesse mantenuti più tardi in proprio.

E poiché essi erano concessi in perpetuo, le famiglie caronesi (o tutte quelle che rimangono vive nel comune) ne fanno stato anche quando l’autorità che li emanò è decaduta politicamente, anche sotto gli Svizzeri, anche all’estero, sotto altre autorità. Pagati con la vita i privilegi han da valere tutta la vita, allungando i termini di questa a un concetto estremo – e tanto tipico del paese ancor oggi- di vita personale fusa in quella della famiglia.

“[ … ] Promessa dal futuro Luigi XII ai confederati nel 1495 e nel 1499 per averne aiuto contro il duca di Milano, Val Lugano fu, dopo alterne vicissitudini, definitivamente occupata nel Giugno 1512; il duca Massimiliano Sforza rinunciò il possesso ai confederati il 28 settembre, e il 26 gennaio 1513 il castello di Lugano, venne occupato anch’esso. La pace perpetua del 1516 confermò tale occupazione. Dopo la conquista svizzera, Lugano e la sua Valle vennero a dipendere dai 12 Cantoni, e vennero divisi in quattro pievi con due reggenti ognuna e un piccolo parlamento. Il baliaggio contava inoltre i comuni separati di Morcote, Vico, Carona, Sonvico, Monteggio, Ponte Capriasca, Vezia, Carabietta, Ponte Tresa e Magliaso. Genericamente parlando, i cantoni, avevano lasciato alla popolazione i suoi antichi privilegi, contenuti negli statuti [ … ]”, dal “Dictionnaire Biographique et Historique de la Suisse”, vol. 6, pagg. 491 e 492.

Ma tale concessione non avvenne senza questioni: la storia di Carona come baliaggio svizzero è la storia delle cause che la comunità privilegiata sostenne, sia sola, sia unita alle altre comunità dette più sopra e ugualmente privilegiate, per non cedere nessuno dei suoi antichi diritti. Quando essi vennero limitati, si trattò sempre di questioni fiscali e, tali limitazioni, concludono cause annose, che per un centinaio di anni talvolta Carona ripresenta ostinatamente. In questo sforzo, si esaurisce quasi la vita comunale di questi secoli: e, quasi null’altro sia più possibile fare, la vita interna ristagna, cede l’impeto della migrazione artistica. Il paese sembra sonnolento: chiuso tra la lotta per i privilegi e le necessità di migrare per guadagnare, si restringe in sé, forse, conservandosi così più integro e intatto nella stesura architettonica antica, e mantenendo le tradizioni e le forme, quasi a documentare a se stesso l’antica tradizione di gloria.”

La storia del Comune di Carona conosce poi nei secoli a venire una sorta di oblio dei privilegi conquistati nei secoli passati, sino a che il Comune diventa un’entità amministrativa locale della Repubblica e Cantone del Ticino, diventato autonomo e libero dal baliaggio nel 1803. Il Comune è rimasto tale fino all’aprile 2013, quando è diventato – per volere espresso in due votazioni popolari – un quartiere di Lugano, per effetto di un’aggregazione comunale.

 

Storia della Parrocchia di Carona

Si trae spunto nuovamente da Boris CAVADINI nel suo saggio “Antico sentiero Melide-Carona”, di cui citiamo alcuni passaggi:

“Le prime scissioni pievasche si ebbero verso i primi anni del 1400: tra queste vi figura Carona, che chiese ed ottenne tale scissione da S. Lorenzo di Lugano nel 1425, edificando poi la chiesa di S. Giorgio nel 1427. Con la costituzione della dote, la difficoltà maggiore risultava superata: si può quindi affermare che la scissione di S. Giorgio in Carona dalla plebania di S. Lorenzo a Lugano, avvenne in tempi da record, rispetto alla maggior parte delle scissioni successive d’altre parrocchie in altre pievi ticinesi. Si potrebbe ipotizzare che questo accadde perché Carona era una vicinia ricca; quasi certamente anche Carona dovette pagare un prezzo.

Le motivazioni principali della scissione si riscontrano nella distanza eccessiva da S. Lorenzo e nell’impossibilità di recarvisi nei mesi autunnali ed invernali, rendendo di fatto impossibile la cura d’anime dei parrocchiani caronesi che – spesso nei mesi invernali ed autunnali – vedevano morire bambini senza battesimo e anziani senza confessione né unzione, rendendo pure impossibile la presenza degli stessi parrocchiani agli uffici settimanali e la conseguente somministrazione dei sacramenti. Come già affermato, alla metà del XIII secolo le terre ticinesi si trovavano sotto il dominio milanese. La storia di Carona “Ducale”, come la definisce la Collovà Cotti nel suo “Archivio storico di Carona” del 1967, inizia coi primi anni di lotta a fianco del Duca di Milano Filippo Maria Sforza (fine 1300, inizio 1400) per affermarsi solidamente come padrone del ducato.

La devozione al Duca milanese, fruttò ai caronesi arma e insegna, oltre che a numerosi privilegi – esenzioni tributarie e maggiori diritti – che contribuirono a fare di Carona (così come per Morcote ed altri comuni ancora) una terra particolare.

I privilegi erano normalmente garantiti in perpetuo, così pure i 12 Cantoni dovettero riconoscerli più volte nel corso dei lustri a venire.

Analogamente a Carona – privilegi a parte -, Giovan Angelo Fontana e Quirico Castelli, sindaci di Melide, nel 1525 chiesero ed ottennero la scissione da Carona da parte del vescovo comasco Scaramuzza Trivulzio, edificando la parrocchiale dei SS. Quirico e Giulitta. A Melide, dal 1495, trova riscontro oggettivo l’edificazione dell’ospizio di S. Spirito e la sua annessa chiesetta. E’ ipotizzabile che almeno l’ospizio venne edificato negli stessi periodi di quello di Lugano, edificato oltre due secoli prima nel 1208.

Chiesa ed ospizio furono fondati per ordine dell’Ospedal Maggiore di S: Spirito in Sassia a Roma, il quale fu fondato su ordine dell’omonima Confraternita di secolari fondatasi nel 1160 a Montpellier nel sud della Francia, con lo scopo di soccorrere i poveri e i viandanti, così come pure i pellegrini diretti in Terra Santa o a Roma.

Seguendo un sentiero che s‘inoltra nel bosco, si giunge a Torello. E‘ verosimile che, in origine, questo fosse un luogo d‘osservazione e che vi fosse una torre di segnalazione, dalla quale deriverebbe poi il toponimo. Successivamente è stata ipotizzata l‘esistenza di una chiesetta più antica, inglobata poi dal nuovo edificio, che potrebbe essere identificabile con la cappella absidata adibita a sagrestia che si apre sulla navata destra della chiesa. La chiesa di S. Maria Assunta e l‘annesso monastero, furono voluti e fondati dal vescovo di Como Guglielmo Della Torre, originario di Mendrisio. La solenne cerimonia di consacrazione si tenne alla sua presenza nel 1217. Qui presero dimora i monaci dell’ordine agostiniano. Il monastero di Torello estendeva i suoi diritti su numerose terre vicine; a Grancia possedeva il deposito del grano (dal quale deriverebbe il toponimo del paese), mentre a Pazzallo, Carabbia, Figino, Bioggio e Caslano possedeva i terreni. Le rendite garantivano il mantenimento della comunità monastica. Il convento venne poi soppresso con decreto pontificio nel 1389, ma due monaci vi rimasero fino al 1398, cioè fino alla loro morte. Successivamente, per decreti, concessioni papali e vescovili, la prepositura di Torello venne destinata al Capitolo di S. Lorenzo in Lugano. Tuttavia, il collegio canonicale di S. Lorenzo entrò in possesso effettivo della prepositura solo nel 1578, grazie alla bolla di papa Gregorio VII. Nel 1586, i magistrati ed il popolo di Lugano, inoltrarono al papa una richiesta per ottenere che le rendite di Torello, insieme a quelle degli Umiliati di S. Antonio in Lugano, potessero essere utilizzate per fondare un collegio, da affidare ai padri Gesuiti, per l‘istruzione della gioventù del Luganese.

Non avendo i gesuiti accettato, vennero così i padri Somaschi, che ottennero la prepositura di S. Antonio nel 1598 e quella di Torello nel 1621. Nel corso dei secoli questo insediamento divenne così una masseria rimasta in gestione ai Somaschi sino al 1853, quando venne posta all‘asta ed acquistata da una ricca famiglia milanese, i cui discendenti sono gli attuali proprietari.

A Carona figurano poi altri due edifici di culto, la cosiddetta Madonna d’Ongero e l’oratorio dei SS Pietro e Paolo che, essendo la sede della costituita Arciconfraternita del Gonfalone di S. Marta della Buona Morte, aggregata alla medesima arciconfraternita madre, con sede a Roma. L’oratorio, che per il popolo era la sede della Santa protettrice della confraternita, fu così conosciuto e chiamato con il nome della Santa e non con i nomi dei Santi patronali ai quali era dedicata.”

L’edificio della Madonna d’Ongero, costruito nel sec. XVII sulla base di una piccola cappella del 1515, è provvisto all’esterno di portici.  All’interno la chiesa ha una pianta a croce latina con navata unica a due campate e due cappelle, al centro s’innalza la cupola con la volta a botte.  Notevole la decorazione a stucchi sia nella volta della cupola che sulle pareti, condotta per la maggior parte da Alessandro Casella (1646-48), artista molto attivo soprattutto in Italia da Torino a Palermo, affiancato sicuramente da uno o più collaboratori. Nel ricco altare maggiore e conservato l’affresco con l’immagine miracolosa della Madonna (1515) tra una cornice di putti d’epoca posteriore. Le pale d’altare delle cappelle laterali sono di G. Andrea e Giacomo Casella (1648), così come le decorazioni nella cappella di S. Giuseppe a sinistra e di S. Antonio a destra. Nella navata ci sono le opere alle quali più deve la fama questo santuario: gli affreschi settecenteschi di Giuseppe Antonio Petrini, situati nelle due arcate cieche. Le scene, l’una di fronte all’altra, raffigurano la Disputa di Gesù fra i Dottori e la Presentazione al Tempio. Gli affreschi nelle altre due campate con la Natività e la Visitazione sono di altra mano e risalgono alla prima metà del XVII secolo.